Workshop di fotografia CREATIVA

RICERCA E SVILUPPO DELLA CREATIVITA’ ESPRESSIVA E DELLO STILE PERSONALE DEL FOTOGRAFO

con Roberto Galassini

 

Una novità assoluta che FOTO D’ARTE Lab offre a tutti gli appassionati di fotografia, un corso di particolare valore formativo per scoprire e sviluppare le proprie potenzialità creative e metterle in atto.

 

DESCRIZIONE

Nel DISEGNO o nella PITTURA per identificare il talento di un disegnatore o di un pittore abitualmente si usano termini specifici quali “mano”, “tratto”, “segno”, “stile personale”.
Sono parole dal significato difficile da definire, di cui afferriamo il senso nel momento stesso in cui ne percepiamo l’esistenza, e delle quali ci serviamo per giudicare il valore di un’opera e del suo autore.

Ad esempio noi diciamo: “Quel disegnatore ha una bella mano”, oppure: “Quel dipinto si caratterizza per un segno grafico bello e maturo” e anche: “Quel pittore ha un tratto deciso e
personale”, e così via.

E quando diciamo questo non focalizziamo la nostra attenzione solo sul soggetto raffigurato nel disegno o nel quadro che stiamo esaminando, o sulla composizione, o sulla scelta dei colori, ma ci riferiamo a una prerogativa propria dell’autore, a una sua capacità immanente, che prescinde dall’opera realizzata e che costituisce la cifra stilistica del suo operare, qualunque sia il soggetto da lui affrontato, una paesaggio, un ritratto, un disegno astratto.

MANO, TRATTO, SEGNO, STILE : Sono termini ugualmente appropriati, anche per qualificare il FOTOGRAFO e la sua FOTOGRAFIA.

Quando guardiamo una fotografia, vediamo “la mano” del fotografo, ne vediamo il tratto caratteristico, se c’è…..perché può esserci o non esserci.

Mano, tratto e segno prescindono dalla singola opera visualizzata ma ne creano un enorme valore aggiunto.

Tutti i migliori autori-fotografi nella storia della fotografia hanno un tratto forte e deciso, tale per cui un qualunque loro scatto è immediatamente riconoscibile tra mille. Un tratto capace di manifestarsi in tutte le fotografie, che continua a caratterizzarsi per “la mano” del fotografo che le ha eseguite.

Perché la mano, il tratto, il segno fotografico vanno assai oltre la singola immagine, attraversano l’intera produzione di un fotografo, e sono la maggiore chiave di lettura del suo talento.

Alcuni esempi: Cartier-Bresson indubbiamente è tra questi, al punto che ogni sua fotografia, prima ancora di essere una fotografia di New York o di Parigi o dell’India o della Cina, è sempre prima di tutto una fotografia di Cartier-Bresson.

Gregory Colbert soprattutto, Robert Doisneau, Richard Avedon, Robert Capa….Ugo Mulas e Mario Giacomelli tra gli italiani…Elliott Erwitt, Gilbert Garcin sono fotografi dal tratto inconfondibile,
originale, preciso e sicuro.

ED E’ QUESTO UNO DEGLI ELEMENTI PIU’ IMPORTANTI CHE OGNI FOTOGRAFO DOVREBBE RICERCARE ALL’INTERNO DI SE STESSO E DEL SUO FOTOGRAFARE: CERCARE IL PROPRIO TRATTO, LA PROPRIA MANO, IL PROPRIO SEGNO DISTINTIVO E PERSONALE.

Cercare la propria espressione, attraverso un segno chiaro e distinguibile. Essere se stessi fotografando, così come ciascuno di noi è inconfondibilmente se stesso quando ci chiedono di fare un qualsiasi disegno, o di scrivere un piccolo racconto.

Se c’è la mano del disegnatore, o la mano dello scrittore c’è anche la mano del fotografo. E se c’è, è la prima cosa che vediamo quando guardiamo una fotografia, perché vediamo il fotografo, non più soltanto la fotografia.

Tra le tante fotografie di un fotografo, c’è sempre lo scatto meglio riuscito, c’è sempre la fotografia decorosa o perfino buona. Quello che manca, quasi sempre, è proprio ciò che farebbe di quella persona un vero fotografo, ad un livello veramente superiore: manca il tratto distintivo e personale, manca “la mano”.

Nonostante quanto detto, “la mano”, dentro di noi, c’è sempre ma, spesso o quasi sempre, è ben nascosta nei meandri della nostra mente quindi diventa una necessità iniziare a conoscere i propri meccanismi mentali per scoprire le grandi potenzialità di fotografo ancora inespresse, per poter poi fare un grande salto qualitativo personale.

Non vediamo le cose come sono ma, le vediamo come siamo!” – Carl Gutav Jung

Lo SCOPO del workshop è la presa di consapevolezza delle proprie facoltà espressive nascoste per stimolare quella parte della nostra mente atta a percepire, elaborare, inventare nuove soluzioni, formulando sintesi non convenzionali attraverso il linguaggio del segno del chiaro-scuro, del colore e di tutta l’immagine fotografica.

I RISULTATI spesso sono stupefacenti ed inaspettati e portano ad un salto qualitativo di grande soddisfazione e gratificazione personale.

 

A CHI SI RIVOLGE IL CORSO

Ad appassionati di fotografia e a tutti coloro che desiderano acquisire la consapevolezza delle proprie facoltà espressive.

ADATTO A TUTTI I LIVELLI

Un’ occasione unica per stimolare quella parte spesso nascosta della mente sede della creatività e dell’espressività, un’opportunità per elaborare e maturare nuove soluzioni attraverso il segno del chiaro-scuro, del colore e dell’immagine fotografica.

 

PROGRAMMA

Il programma è costituito da:

  • parte teorica, necessaria ed essenziale di conoscenza e presa di consapevolezza.
  • parte attitudinale con esercizi fotografici che i partecipanti potranno eseguire su indicazioni specifiche dell’insegnante per conto proprio durante i giorni di pausa tra un incontro e l’altro.
  • parte complementare basata sull’analisi e discussione delle opere realizzate dei partecipanti stessi.

Il corso si articola in:

  • 6 lezioni di 2,5 ore
  • 1 weekend fotografico “full immersion” di 8 ore con sessione pratica e revisione dei progetti

Elenco completo argomenti trattati

Elenco completo argomenti trattati

  • Considerazioni preliminari sul concetto di fotografia e sul suo significato
  • Motivazioni e finalità della fotografia attraverso l’analisi delle categorie basilari: la fotografia ricordo, la fotografia documento, la fotografia di reportage, la fotografia di viaggio, la fotografia espressiva, la fotografia creativa, la fotografia autoriale
  • La percezione della realtà attraverso i sensi
  • Elementi fondamentali della percezione visiva e psicodinamica della visione
  • Le immagini attraverso la vista: l’occhio e la conseguente elaborazione delle immagini della nostra mente
  • Il linguaggio del segno, dalla scrittura ideografica al simbolo
  • Significato e significante
  • Dalla sensazione alla visione e dalla visione alla sensazione. Interpretare e ricostruire le sensazioni visive
  • Importanza del linguaggio fotografico: nessuna regola, solo principi
  • Composizione dell’immagine: la lettura, il centro di attenzione primario e secondario, il punctus, diagonale primaria e secondaria. Sopra e sotto: due pesi molto diversi
  • Composizione e colore, composizione e diffusione. Accenni sulle linee di tensione
  • Il simbolo e l’allegoria nella fotografia
  • La fotogenia
  • Il principio fondamentale della creatività e analisi del suo funzionamento
  • Le funzioni diversificate della nostra mente ed il principio di “sintesi creativa”
  • Diversità tra comunicazione visiva “calda” e “fredda”. I significati cromatico-psicologici
  • Alla ricerca di un alfabeto visivo individuale all’interno di uno più universale
  • Come trovare le condizioni per esprimersi più liberamente, svincolarsi da preconcetti mentali e scoprire un universo dentro di noi
  • La creatività non possiede la cognizione del tempo: come fare per stimolarla
  • Esercizi individuali e collettivi per sviluppare la creatività ed associare altri sensi per potenziare il linguaggio creativo visivo
  • Come sfruttare i ricordi e le associazioni di idee per incrementare la creatività e trasformare le proprie sensazioni ed emozioni in una fotografia
  • Il metodo del “brainstorming”
  • L’influenza degli automatismi nei confronti della fotografia creativa
  • Il linguaggio per sequenza fotografica: in cosa differisce rispetto all’espressione della foto singola
  • La progettazione istantanea di una foto rispetto al messaggio desiderato, l’ importanza del colpo d’occhio e di come si sviluppa
  • Efficacia comunicativa di una fotografia
  • Consigli su come evitare gli errori più comuni e più gravi, sia tecnici che compositivi nelle fotografie
  • La diversità tra una bella fotografia e una buona fotografia
  • Ricerca e sviluppo dello stile personale
  • Analisi e discussione di fotografie di autori e degli stessi allievi
  • Accenni sulle caratteristiche della luce, imparare a riconoscere la luce buona per scattare una foto, come modificare le caratteristiche di un’atmosfera esistente per ricondurla a nostro gusto. Quando è meglio non scattare una foto

 

 

EXTRA

E’ prevista una mostra fotografica finale con gli scatti realizzati dai partecipanti.

 

PERSONALE

DOCENTE

Roberto-Galassini

Roberto Galassini D.O.P (Director of Photography), docente formatore di Arti Fotografiche

Biografia

Biografia

Autore e Direttore della fotografia, fotografo, esperto di illuminotecnica e infine docente.

Inserito nell’elenco internazionale ufficiale ”Direttori della Fotografia” e collaboratore I.M.A. (Italian Magic Artists).

Inizia come fotografo di reportage e news nel 1980 (“La Città ”, “LA NAZIONE” e “A.N.S.A.”) per poi continuare nei settori, prima “fashion” e poi “still-life”, con studio e applicazioni di tecniche speciali nella fotografia scientifica.

Parallelamente si dedica alla fotografia espressiva allestendo mostre in vari contesti culturali.

Nel 1981 fonda l’associazione culturale “FOTOART”: per la promozione dell’immagine fotografica “creativa non convenzionale” e contro la fotografia “accademica” impersonale e stereotipata.

Nel 1982 diventa uno dei soci fondatori dell’associazione culturale G.R.A.F.S. Kinoglaz (Gruppo Ricerca Audiovisiva Fotografica Sperimentale).

Grazie a tali contesti sperimenta e divulga nuovi linguaggi fotografici e nuove tecniche. Dal 1980 affronta, lo spettacolare settore della MULTIVISION, creando numerosi spettacoli multimediali anche in ambito internazionale (collaborando come fotografo-regista per le case di produzione di audiovisivi fotografici “D.A.V. MULTIVISION”© e “G.R.A.F.S Kinoglaz”©), che lo avvicinano sempre più alla fotografia in movimento, che approfondirà nell’uso dell’immagine filmata cinematografica e video.

Dal 1986 partecipa a innumerevoli produzioni come operatore e in seguito come direttore della fotografia.

Ideatore e promotore anche di nuove tecniche fotografiche e di ripresa.

Tester per attrezzature del settore fotografico e video-cinematografico.

Nella sua carriera ha partecipato a molteplici tipologie di produzioni foto-video-cinematografiche: mostre, video-Art, audiovisivi fotografici, multivisioni-multimediali, installazioni multimediali, videoclip musicali per i più famosi cantanti italiani, spot pubblicitari, documentari. Durante la sua carriera professionale si è appassionato anche alla didattica che pratica con soddisfazione dal 1987.

Si diletta ormai da molto tempo in giurie, incontri e conferenze. E’ inoltre tester delle più note case produttrici di fotocamere ed accessori.

Intervista di Giovanni Bogani

Intervista di Giovanni Bogani

Vorrei cominciare questa intervista cercando di risalire all’origine della tua passione per la Fotografia. Cosa ricordi in proposito?

Da bambino, all’ età di otto anni, in concomitanza di un evento fortuito, abbinato alla mia curiosità di scrutare il mondo intorno a me, iniziai a fotografare con una macchina fotografica di materiale plastico (Ferrania 33 formato 4X4), trovata come regalo-sorpresa in un fustino di detersivo per lavatrice: divenne presto una consuetudine portarmela appresso ovunque, persino tra i banchi di scuola (1963), dove da un lato meravigliavo i miei compagni di classe, dall’altro irritavo molto il maestro, che riteneva la faccenda un elemento di distrazione, mia e della classe. Contemporaneamente maneggiavo di nascosto la cinepresa otto millimetri di mio padre, durante le sue lunghe assenze di lavoro. Addirittura allestivo dei “mini set” scenografici, ricreando dei plastici, fatti con materiali riciclati, trovati per casa. Poi con la tecnica della “stop motion”, che avevo imparato in televisione da un documentario sulla realizzazione del film “King Kong”, facevo muovere virtualmente soldatini, automezzi, aeroplanini e quanto più, creando delle vere e proprie scene animate filmate, addirittura ricreavo anche le esplosioni, usando i mini-petardi. A livello fotografico iniziai, invece, a ritrarre le persone a cui tenevo di più, dai familiari ai compagni di scuola; inoltre iniziai a fotografare gli avvenimenti intorno a me che ritenevo più interessanti: una vendemmia presso una fattoria di parenti, il rifacimento del manto stradale della mia via, i fuochi d’artificio per un 24 giugno, il treno a vapore  che faceva servizio alla stazione di Campo di Marte, una gita in campagna, il fabbro che lavorava il ferro battuto in una bottega della mia via, la festa della “Rificolona” e molti altri eventi che destavano la mia curiosità.

 

Il passo successivo quale è stato?

Col passare del tempo mi appassionai sempre più alla materia, diventando un cosiddetto ‘fotoamatore’ e, contemporaneamente, anche un “cineamatore”. A dodici anni mi fu possibile compiere un importante salto qualitativo in campo tecnico, entrando in possesso di una nuova macchina fotografica, ricevuta in premio per aver passato gli esami di quinta Elementare. Era una bellissima “Zorki 4” a telemetro,  la copia “popolare” russa della “Leica M”, esageratamente più economica ma, di qualità decorosissima, preziosa soprattutto per le ottiche intercambiabili. Ben presto infatti avrei avuto, sfruttando compleanni e premi extra, un mio parco lenti: 28mm – 60mm – 135mm – 175 mm.

 

Come e quando hai iniziato a confrontarti con altri appassionati di fotografia?

A quattordici anni, presentato da un amico, cominciai a frequentare per la prima volta un foto club. Era il “Foto club Filotramvieri A.T.A.F.”, dove iniziai a confrontarmi con altri fotografi.

Inizialmente ero molto incuriosito ed attratto da come potessero fotografare gli altri, perché fino a quel momento ero stato chiuso, per anni, esclusivamente nel mio “guscio”, senza possibilità di confronto. Ben presto mi resi conto che la mia esperienza solitaria mi aveva portato molto più avanti di quanto credessi perché, confrontando le mie fotografie con quelle di altri fotoamatori del foto club, più anziani di me (avevano dai trentasette anni ai sessantacinque, contro i miei quattordici) mi resi conto di essere più formato della maggioranza di loro.

Questo mi incoraggiò moltissimo ad uscire allo scoperto. In poco tempo riuscii a competere con i tre più anziani ed esperti di loro nei concorsi interni. Parallelamente iniziai a fare pratica di stampa in una camera oscura, attrezzata con materiale professionale, che il foto club aveva messo a disposizione dei soci. Bastava prenotare un giorno su un apposito calendario e la camera oscura era a propria disposizione per mezza giornata. Quante ore ho passato là dentro a stampare e a sperimentare elaborazioni di foto che adesso si fanno attraverso un semplice click del mouse con un programma come Photoshop.

 

Scopristi anche una predilezione particolare per qualche mezzo fotografico?

Mi accorsi ben presto che il mezzo fotografico che mi coinvolgeva di più era la “proiezione di diapositive sonorizzata in sincronismo” chiamata in seguito “audiovisivo fotografico”. Fu letteralmente un amore a prima vista e in poco tempo mi trasformai in un insaziabile produttore di audiovisivi. All’età di sedici anni avevo già partecipato a molteplici serate di proiezione in altri foto club e in diversi contesti culturali , portando a casa enormi soddisfazioni e consensi entusiasti da parte del pubblico. Questo mi portò a studiare seriamente e approfonditamente il linguaggio audiovisivo e a sperimentare sempre più questa tecnica particolare di comunicazione, facente parte della Fotografia espressiva.

 

Quando è avvenuto il salto dalla semplice passione amatoriale al ruolo di fotografo di professione?

A diciotto anni.  Accadde così:  nelle vicinanze di casa mia esisteva una boutique di moda vintage anni ’20-’30, la cui proprietaria era amica di mia sorella. Un giorno fui invitato ad una festa organizzata in quella boutique in cui si festeggiava il post di una sfilata avvenuta qualche giorno prima. In negozio erano state esposte le fotografie eseguite durante quell’evento da un rinomato fotografo fiorentino che non menzionerò. Dopo aver osservato e analizzato attentamente tutte quante le foto, che non erano poche, dentro di me valutai che non erano proprio un gran cosa e, quando la titolare della boutique mi venne a chiedere cosa ne pensavo, istintivamente mi venne da dirle: “Probabilmente io potrei fare di meglio!” La mia risposta fu così scortese, presuntuosa e insolente che mi aspettavo una bella reazione.  Al contrario la mia risposta fu presa come una sfida e la signora Lina mi disse: “Ti prendo in parola, fra quindici giorni dovrò fare un’altra sfilata a Montecatini, sarai tu a fotografarla, ma ad un patto: se le fotografie saranno peggiori di queste, tutto il servizio fotografico sarà a tue spese, quindi per me completamente gratis. Se invece saranno migliori di queste, ti pagherò la stessa cifra che ho dato a questo fotografo.” La sfida mi piacque molto e accettai, anche se la cosa mi creò una notevole “ansia da prestazione” nei giorni precedenti all’evento; una mancanza di sicurezza dettata soprattutto dall’assenza di esperienza specifica per un lavoro su commissione. Andò tutto oltre le aspettative; con grande sorpresa mi ritrovai davanti alla passerella concentrato, sicuro e con la situazione completamente sotto controllo. Una  sorpresa ancora maggiore mi colse in camera oscura, quando, dopo aver sviluppato i negativi, iniziai a stampare: quelle foto erano evidentemente migliori, per posa, proporzioni, tonalità di quelle del fotografo blasonato! A Lina piacquero moltissimo, rispettò l’accordo e le espose nella sua boutique, al posto delle precedenti. Ma la sorpresa più inaspettata arrivò alcuni giorni dopo. Le modelle che avevano sfilato in quell’ evento per Lina andarono a trovarla, sia per riscuotere il loro cachet, sia per vedere il servizio fotografico. Quella mattina mi arrivò una telefonata: “Sono Lina, vieni subito giù nella mia boutique perché ti devo parlare con urgenza.” Mi precipitai un po’ preoccupato: trovai Lina con le cinque modelle, fui presentato e una di loro fece da portavoce per tutte le presenti dicendomi: “Non abbiamo mai avuto, durante una sfilata, nessuna fotografia migliore di queste, vogliamo le stampe di tutte le foto”. Quel giorno camminavo a mezzo metro da terra per l’euforia. La voce si sparse e arrivò alle orecchie anche di uno dei maggiori organizzatori di sfilate e cataloghi “fashion” della provincia di Firenze, per cui in breve tempo diventai fra i più richiesti fotografi del settore ma, per come sono fatto io, dopo aver realizzato una moltitudine di servizi e cataloghi, persi motivazione per mancanza di stimoli nuovi e creativi: per me quello era un genere troppo omologato.

 

Quali altri percorsi hai allora intrapreso?

 In parte ho continuato a studiare, sempre per approfondire la conoscenza delle Arti Figurative, della Fotografia, del Cinema e del video, con incursioni nella percezione visiva e nella psicodinamica. A venti anni ho lavorato per un periodo come stampatore dell’archivio storico di “Foto Locchi” e anche come restauratore di negativi, poi mi sono di nuovo stancato e sono andato a fare una sostituzione come “Fotoreporter” al quotidiano “La Nazione” , ma il lavoro era diventato una vera routine, ragion per cui mi licenziai e andai a lavorare per più di un anno per l’agenzia A.N.S.A.. Tuttavia anche in questi settori non riuscivo a trovare quella creatività che cercavo. Continuavo a studiare le materie che ho sopra citato, passando ogni sabato, in Biblioteca Nazionale,  e continuavo a sperimentare dedicandomi alla fotografia espressiva e creativa. Parallelamente facevo foto-ritratti per sopravvivere. Un giorno capitai nel più importante e grande studio fotografico di Still-Life di Firenze il cui titolare mi disse: “Conosci la fotografia di “still-life”?….E’ la più completa di tutti i generi, perché ti mette alla prova soprattutto con l’atmosfera creata, con le luci e con la tua creatività!”   Io risposi: “Ho conoscenza della disposizione delle luci, ho fatto fotografia di moda e anche ritratto!” e lui: “Bazzecole, la Luce con la L maiuscola la puoi trovare solo nello Still-Life, è molto più pregnante e di gran lunga più raffinata, non è confrontabile con nessun altro genere se non con la Fotografia Cinematografica. Quando conosci a fondo lo Still-Life, puoi dire di padroneggiare la Fotografia a livello profondo.”

La settimana seguente stavo lavorando come apprendista stregone in quell’athanor di studio fotografico, cercando di carpire ogni minima nozione  sulla  Luce, quella con L maiuscola! Parallelamente aggiunsi “Trattamento della Luce” e “Illuminotecnica foto-cinematografica! alle mie materie di studio! Ho frequentato quello studio per un altro anno come apprendista e per altri tre interi anni, come fotografo, realizzando foto di Still-Life e di Fotografia Pubblicitaria.

 

In seguito cos’è accaduto? Quali sono state le nuove esperienze ?

 E’ accaduto che di nuovo non ero più soddisfatto perché sentivo che mi mancavano ancora molte vie da esplorare e molte cose ancora da scoprire. Mi potrei definire una mente inquieta contemporaneamente assetata! Così passai alla “Fotografia Scientifica” perché ti mette alla prova di volta in volta e ti obbliga a creare e inventare sempre nuove tecniche di ripresa. Parallelamente continuavo a coltivare i miei studi, ampliando il novero delle materie, aggiunsi: percezione visiva avanzata, biopsichica, fisica quantistica, linguaggio visivo, storia del cinema, regia cinematografica, montaggio, “direzione della Fotografia”. Nello stesso periodo fondai, insieme ad altri fotografi, un’associazione culturale: G.R.A.F.S. Kino-Glaz (Gruppo Ricerca Audiovisiva Fotografica Sperimentale Cine-Occhio). In quattro anni molto intensi abbiamo realizzato una ventina di opere audiovisive, fotografiche e multimediali, che abbiamo portato a giro, con somma soddisfazione, per locali ed eventi a sfondo artistico-culturale. Poi, come speso accade nei gruppi, per dissapori e opinioni troppo diversificate sui progetti da intraprendere, in breve tempo l’attività si sciolse come neve al sole.

Stanco e stressato dall’esperienza appena conclusa ,volli prendere una boccata d’aria fresca e nuova andando a conoscere nuovi fotografi, attraverso un annuncio trovato su una rivista. Dato che si prospettava di creare un gruppo fotografico alternativo rispetto alla fotografia conformista e stereotipata, mi parve che si invitasse la lepre a correre. Presentatomi  all’ora e all’indirizzo concordato per affrontare la riunione preliminare a scopo orientativo, ebbi l’opportunità di conoscere quattro fotografi simpatici e bravi, atti a collaborare creativamente, ma anche un cretino ottuso, purtroppo proprio l’organizzatore dell’incontro.  Dopo la successiva riunione, dove il cretino concentrò i suoi interventi sul problema di come ottenere una macchina per il caffè, tavolini da bar e altre cavolate simili, noi quattro fotografi abbiamo continuato a vederci al di fuori di quell’ ambiente grottesco. Ancora oggi sono in contatto per collaborazioni culturali con uno di loro, molto conosciuto nell’ambito dei foto club: Marco Fantechi. Successivamente approdammo, presentati dall’amico fotografo Roberto Fantoni, al gruppo fotografico K2 (Officina di arti fotografiche e visive) che abbiamo piacevolmente frequentato realizzando soprattutto mini opere audiovisive. Contemporaneamente  avevo conosciuto un laboratorio che produceva e realizzava, audiovisivi attraverso multi visioni fotografiche e multimediali, la “D.A.V multi vision”. Frequentai quel laboratorio con una collaborazione professionale stretta e pregnante (cinque progetti realizzati) ma, purtroppo, breve a causa del decesso prematuro del titolare. Nello stesso periodo realizzai anche due opere audiovisive insieme all’amico Roberto Fantoni.

 

In quali nuove direzioni si è poi mosso il tuo cammino professionale?

 Grazie ad un’amica conobbi Luciano Montanari, un regista e documentarista che cercava, qualcuno che lo affiancasse come “operatore alla macchina” (Cinematographer and camera operator). Fu l’occasione  giusta per far pratica anche nella “Fotografia in movimento” chiamata più comunemente: video, filmato o Cinema. Con Luciano, trascorsi cinque proficui anni, realizzando ventisei  fra documentari e spot pubblicitari. Dopodiché la salute di Luciano Montanari si indebolì, costringendolo ad un riposo lavorativo prematuro.

Fresco di questa esperienza approdai allo studio di produzione Video-Cinematografia e Televisiva “Video Studio” per il quale lavorai per cinque intensi anni, come “camera operator” e soprattutto come Direttore della Fotografia, (la più autorevole e blasonata specializzazione per un fotografo), partecipando ad una moltitudine di produzioni, delle più varie categorie: Film, cortometraggi, documentari, spot pubblicitari, video Art, trasmissioni televisive, news per telegiornali, spettacoli multimediali ed istallazioni, videoclip musicali, making off, riprese in diretta di spettacoli e concerti. Con il “Videostudio”, mi sono veramente fatto le ossa e moltissima esperienza, senza mai annoiarmi, grazie alla grande varietà nei generi realizzati.

In seguito mi sono sganciato “dall’astronave madre” del “Videostudio”, ormai pronto e maturo  per intraprendere un percorso più individuale e finalizzato ai miei moti interiori espressivi e creativi. Ho continuato i miei studi e la mia formazione anche attraverso corsi intensivi e workshop di specializzazione organizzati dalla S.N.I.A.D. e in altri contesti.

Ho così consolidato la specializzazione “Direttore della Fotografia”, e mi sono ulteriormente specializzato anche negli Effetti Speciali Ottici e continuamente aggiornato per quanto concerne il video digitale Ultra H.D. e la Fotografia digitale. Come “Direttore della Fotografia”, libero professionista ho lavorato, nell’arco degli anni, per le più autorevoli aziende del settore come: TMC2 – MTV – All Music – Sky – R.A.I. – MEDIASET – B.B.C. – Discovery Channel – Tao 2.

In cinque anni di collaborazione, come Direttore della Fotografia, con la casa di produzione “Larione 10 Multimedia” (Firenze Sud) ho prodotto una moltitudine di videoclip musicali per i più rinomati cantanti del momento. In seguito, con altri sei soci professionisti del settore, ho gestito per nove anni consecutivi gli Studi Cinematografici e Fotografici “Xanadu” (nella Zona industriale a Firenze Sud), durante i quali ho realizzato centinaia di produzioni: servizi fotografici, cataloghi fotografici e campagne pubblicitarie, Film, cortometraggi, documentari, spot pubblicitari, video Art, trasmissioni televisive, news per telegiornali, spettacoli multimediali ed istallazioni, “videoclip musicali” per i più noti cantanti, making off, riprese in diretta di spettacoli e concerti. Infine, nel periodo 2005 – 2016, ho continuato la mia professione di Direttore della Fotografia come free lance.

 

Puoi indicare i motivi principali per cui si ritiene che la “Direzione della Fotografia” è la specializzazione professionale più autorevole nell’ambito del settore foto-video-cinematografico?

Prima di tutto si richiede la conoscenza completa e totale di tutte le Arti fotografiche e cinematografiche compresa una notevole esperienza pratica.  Oltre a necessitare di competenze in tutti i rami settore foto-video-cinematografico, richiede anche la conoscenza approfondita di molti argomenti complementari, dalla “percezione visiva” alla “psicodinamica della visione” ed alla “neuro-psicobiologia”, dalla Storia dell’ Arte e del Cinema, all’illuminotecnica finalizzata alla Fotografia, al video, al Cinema, includendovi la conoscenza e

l’utilizzo appropriato di una moltitudine di attrezzature coniugato ad un bagaglio vasto d’esperienza, inerente a tecniche estremamente complesse di ripresa. Tutto questo è complementariamente affiancato, dal Linguaggio dell’immagine fotografica e video-cinematografica a quello del montaggio nelle sue svariate tipologie. Per non parlare della Regia audiovisiva e video-cinematografica, della scrittura e del trattamento, del soggetto e della sceneggiatura. E’ inoltre indispensabile una conoscenza profonda del “processo creativo” e il possesso di solide competenze di “progettazione audiovisiva”. Oltre alle conoscenze strettamente tecniche, il “Direttore della Fotografia” deve possedere anche notevoli doti artistiche, essendo la fotografia un processo creativo ed interpretativo assai complesso.

 

All’interno di questo lungo e variegato curricolo ad un certo momento si è aperto un nuovo campo d’esperienza, quello di docente. Cosa ti ha spinto ad esplorare anche questo ambito di attività professionale?

Tutto è iniziato quasi per caso.  Mi ero trovato a dover sostituire un Docente di  Direzione della Fotografia in un corso di formazione professionale organizzato dall’ “Istituto Professioni Moderne” (I.P. M.) di Firenze. Superata un’iniziale sensazione di insicurezza di fronte a qualcosa che non avevo mai preso in considerazione di fare, ritenni  che l’unica via percorribile fosse quella di immedesimarmi negli allievi, senza dare niente per scontato. La cosa funzionò ben al di là delle aspettative, oltre a darmi la consapevolezza che quell’attività era gratificante e a me congeniale. Da allora ho percorso questa strada con grande passione, non inferiore a quella che metto nella mia parallela attività lavorativa.

Nei miei corsi di insegnamento ho trattato di Fotografia digitale, Linguaggio fotografico, linguaggio e tecniche di ripresa cine-video digitale Ultra HD e “Fotografia video-cinematografica” digitale, Percezione visiva, Psicodinamica della creatività, Illuminotecnica cine-video-televisiva, Effetti speciali ottici.  Ho tenuto i miei corsi in numerose sedi: Firenze “Scuola di Cinema Immagina” e “Frame School”, Istituto CE-CO-V (Centro Comunicazione Visiva), Scuola di Cinema e Televisione “Creative School Training” Apple Macintosh, Istituto di Scienze Cinematografiche e Audiovisive (I.S.C.A.), I.P.M. (Istituto Professioni Moderne) a Firenze; Roma “Centro Sperimentale Cinematografico”e  “Istituto  Superiore di Fotografia e Comunicazione integrata”  (I.S.F.C.I.) a Roma. Ho tenuto anche molti Workshop in seno a eventi e manifestazioni , oltre che per numerosi foto-club  italiani,  e serie di conferenze e lezioni per Enti e Associazioni culturali.

 

In genere, facendo appello alla tua pluriennale esperienza di Direttore della Fotografia e di docente, quali tappe percorre chi decide di intraprendere un cammino formativo nell’ambito della fotografia artistica?

 Nella formazione di un fotografo, per la mia opinione, ci sono tre stadi. Alcune persone passano gradualmente dal primo al secondo, e quindi al terzo; altre, la maggioranza, non superano il secondo, e talvolta neppure il primo (soprattutto i “digitalizzati”); altre ancora saltano il primo. I “fotografi nati”, poi, iniziano addirittura dal terzo.
Nel primo stadio il fotografo è solo un appassionato di strumenti e di accessori, il suo interesse si concentra sugli apparecchi, sugli obiettivi, sulla macchina fotografica. Il tipo in questione possiede di solito i migliori apparecchi, quelli da esibire ed ostentare in pubblico, i più aggiornati strumenti ed una abnorme serie di accessori. Il fotografo che si trova in questa fase costituisce la delizia dei negozianti di articoli fotografici perché non smette mai di comprare accessori e cambiare i pezzi del suo corredo, non conserva un apparecchio più di un anno. Torna continuamente a cambiarlo con uno più recente, oppure compra prima gli accessori aspettando l’uscita del prossimo modello di macchina fotografica. Cerca instancabilmente le prove di macchine e obiettivi, ma non fa mai una “vera” fotografia.
Cosa accade a chi salta alla fase successiva?

Nel secondo stadio l’interesse del fotografo si rivolge soprattutto alla “qualità” del risultato. Anche questo tipo di fotografo possiede una vasta e ottima attrezzatura: ma a differenza del precedente, se ne serve per fare fotografie. Quando fa fotografie, però, non presta nessuna attenzione al soggetto. La sua ambizione è quella di ottenere una foto perfetta. Controlla appassionatamente, la gamma dei colori, il contrasto, la nitidezza. Si precipita ad acquistare l’ultimo ritrovato tecnologico di obiettivo più luminoso e nitido del suo. A tale fotografo capiterà di fare buone fotografie ma sarà sempre insoddisfatto. Spesso egli cerca di giustificare la mediocrità delle proprie fotografie con frasi come questa: “Se avessi quell’apparecchio o quell’obiettivo, potrei fare fotografie come quelle del tale o del tal altro fotografo.” Per chi pensa così può essere una sorpresa sapere che il 90% delle fotografie esposte alle mostre sono fatte con un semplice apparecchio meccanico 24×36.

 

Andreas Feininger sosteneva: “Chi non sa fare una foto interessante con un apparecchio da poco prezzo, ben difficilmente otterrà qualcosa di meglio con la fotocamera dei suoi sogni.” Dobbiamo intendere che non all’apparecchio ma al modo di usarlo spetta il merito di una fotografia interessante?

Chi pensa che con una attrezzatura formidabile sia possibile per lui fare fotografie infinitamente più belle è destinato a ricevere molte delusioni. Otterrebbe soltanto una fotografia più nitida mentre un fotografo più “ispirato” potrebbe ottenere, con un apparecchio da pochi soldi, una fotografia più bella. Il primo passo per capire cosa realmente sia la fotografia si compie quando ci si rende conto che un apparecchio fotografico è solo uno strumento per fare fotografie. Dimenticate il suo aspetto esterno, la sua tecnologia di precisione, il suo obiettivo importante e consideratelo alla stregua di un P.C. per scrivere. La macchina fotografica è per il fotografo quello che un P.C. con “Word” è per lo scrittore: uno strumento per esprimere un’idea. A nessuno importa di conoscere la marca del P.C. di un romanziere. Nello stesso modo, perché si dovrebbe pretendere di sapere quale apparecchio è usato dal fotografo? Se farete tale passo non rischierete di passare tutta la vita a rincorrere il miglior obiettivo sul mercato senza mai riuscire a capire l’emozione di vedere la propria umanità e sensibilità espressa attraverso un’immagine.
Suppongo che il terzo stadio ci conduca al cuore della fotografia come forma d’arte….

  In questa fase il fotografo è come un pittore, un romanziere, un romantico animato dall’ispirazione. Non gli importa che tipo di apparecchio usa, ma la fotografia che può ottenere. Potete vedergli tra le mani una fotocamera, scrostata e sconquassata, ma le sue fotografie finiscono esposte. La sua “Tecnica” è ormai acquisita, e anche la sua “sincerità”. Se un fotografo sa ciò che vuole, anche se è totalmente padrone della tecnica, troverà sempre il modo, con lo studio e con l’invenzione personale, di esprimersi chiaramente in modo da comunicare agli altri le sue esperienze e le sue sensazioni.
Alla luce di quanto hai detto, c’è  forse da intendere che per te abbia poco senso cercare di suggerire regole precise per fare “buone” fotografie?

La fotografia è uno strumento così vario di comunicazione visiva che cercare di stabilire “regole precise” è ridicolo e insulso, come dire a un pittore in che modo si crea un buon quadro.
Non è difficile rendersi conto che i fotografi originali e dotati di uno stile proprio – coloro che “creano” in fotografia – si differenziano l’uno dall’altro. Ma nessuno può dire che un dato fotografo è “migliore” di un altro. Se una fotografia dice qualcosa a chi la guarda, se rivela immaginazione, se ha un’espressione o un significato, se suggerisce un’idea o esprime una sensazione, allora è certamente una “buona” fotografia e colui che l’ha fatta è un buon fotografo. Se una fotografia invece non esprime e suggerisce niente, colui che l’ha fatta è un cattivo fotografo anche se conosce e applica tutte le regole “fotografiche”.

 

Se dobbiamo individuare uno scopo all’attività del fotografare possiamo dire che significato e intenzione sono le caratteristiche fondamentali di una “buona” fotografia?

 Esiste una sostanziale differenza tra una “bella” fotografia e una “buona” fotografia. Una buona fotografia deve avere un’espressione, un significato, deve essere insomma il punto di arrivo, lo scopo di un interesse su un particolare soggetto, una sensazione od opinione personale sullo stesso, una sincera passione ad esprimere tutto questo in forma fotografica, insieme con la capacità tecnica di farlo ma soprattutto con l’estro creativo necessario per attirare l’attenzione. Se al fotografo manca la dote più importante, cioè se egli non sa filtrare la realtà per comunicare le sue idee, ogni suo sforzo sarà vano: la sua fotografia sarà forse esteticamente gradevole e bella ma, non avrà significato per chi la guarda.
E’ così di fondamentale importanza che una fotografia non soltanto significhi qualche cosa, ma il suo significato deve esprimersi in forma tale da apparire evidente a chi la guarda. Se si ottiene questo risultato non importa l’aspetto della fotografia, non importa se è nitida o sfocata, “pittorica” o “documentaria”, paesaggio o nudo.
La fotografia è un mezzo per raggiungere un fine: un’immagine che abbia uno scopo e un’idea. L’apparecchio fotografico uno strumento per esplorare i fatti e le emozioni, per mostrare come la gente vive e ciò che sente, un mezzo per raccontare una storia.

In modo un po’ provocatorio Nadar  sosteneva che “Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che non sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare.” Anche Edmond De Goncourt espresse lo stesso concetto affermando che “Imparare a vedere è il tirocinio più lungo in tutte le arti visive.” Tu cosa pensi a proposito?

Prima di tutto, Nadar quando sosteneva che non “Non esiste la fotografia artistica”, era ancora agli esordi come fotografo: sperimentava la Fotografia, per conto del fratello, stava ancora alla fase “tecnica” della Fotografia. Quando prese completamente consapevolezza del mezzo, anni dopo, nella maturità professionale, confidò al suo caro amico pittore Edouard Monet che, aveva avuto torto in quell’affermazione prematura e che aveva scoperto che la Fotografia era al pari delle altre arti figurative. Riguardo alla seconda affermazione posso dire questo: spesso i fotografi che non possiedono ancora consapevolezza della fotografia, guardano ma, non vedono. Solo attraverso la presa di consapevolezza si impara a vedere, guardando.

 

In che senso specifico la fotografia può essere considerata arte?

Per quanto riguarda la Fotografia, se pensiamo al concetto più ampio di arte, c’è un limite intrinseco: la fotografia non può essere completamente separata dalla realtà. Quello che fotografi deve essere di fronte a te, anche se, in post-poduzione possiamo stravolgerne completamente il contenuto ma, la partenza è sempre presa a prestito dalla realtà.

Scriveva Rosalind Krauss: «Se si può dipingere un quadro a memoria o grazie alle risorse dell’immaginazione, la fotografia, in quanto traccia fotochimica, può essere condotta a buon fine solo in virtù di un legame iniziale con un referente materiale»

La fotografia è in prima battuta una tecnica applicata, o, meglio, una pratica che si può “applicare” a tante funzioni, quindi anche all’arte.

Ma se pensiamo che, lavorando concettualmente, esprimiamo idee attraverso le nostre fotografie, in questo caso, non basta più parlare di fotografia dal punto di vista tecnico. Chi fotografa con consapevolezza, in genere, elabora una personale modalità, che permetta di esprimere la propria idea attraverso alcune principi che mettano nelle condizioni di comunicare con il mondo. Il contenuto della fotografia, in questo caso, può non essere l’idea legata a quella immagine. In questo senso può essere considerata opera d’arte.

 

Nel disegno o nella pittura, per identificare il talento di un disegnatore o di un pittore, abitualmente si usano termini specifici quali “mano”, “tratto”, “segno”, parole delle quali ci serviamo per giudicare il valore di un’opera e del suo autore. Si possono usare questi termini per parlare della fotografia artistica?

Quando diciamo: “Quel disegnatore ha una bella mano”, oppure: “Quel dipinto si caratterizza per un segno grafico maturo”, e anche: “Quel pittore ha un tratto deciso” e così via, non focalizziamo la nostra attenzione solo sul soggetto raffigurato nel disegno o nel quadro che stiamo esaminando, o sulla composizione, o sulla scelta dei colori, ma ci riferiamo a una prerogativa propria dell’autore, a una sua capacità immanente, che prescinde dall’opera realizzata e che costituisce la cifra stilistica del suo operare, qualunque sia il soggetto da lui affrontato, un paesaggio, un ritratto, un disegno astratto. Mano, tratto, segno sono termini efficaci anche per qualificare il fotografo e la fotografia.
Quando guardo una fotografia, vedo la “mano” del fotografo, ne vedo il tratto caratteristico, se c’è… perché può esserci o non esserci. E se c’è, quello è un fotografo, anche se la fotografia che ho davanti in quel momento non è eccezionale. Mano, tratto e segno prescindono dalla singola opera visualizzata.

In effetti molti autori-fotografi nella storia della fotografia hanno avuto un tratto forte e deciso, tale per cui un qualunque loro scatto è immediatamente riconoscibile tra mille. Un tratto capace di manifestarsi, fotografie che continuano tuttavia a caratterizzarsi per la “mano” del fotografo che le ha eseguite.
Perché la mano, il tratto, il segno fotografico vanno oltre la singola immagine, attraversano verticalmente l’intera produzione di un fotografo, e sono la chiave di lettura del suo talento.

 

Un proprio “tratto” è allora ciò che ognuno dovrebbe ricercare all’interno di se stesso e del suo fotografare?

 Cercare il proprio tratto, la propria mano, il proprio segno distintivo e personale, che  significa cercare uno “stile”,  stando molto, molto attenti, perché lo stile – talvolta – non è altro che il manifestarsi di una forma fine a se stessa, che può essere ripetuta in modo “manieristico”.
Cercare la propria espressione, attraverso un segno chiaro e distinguibile è per un bravo fotografo fondamentale. Essere se stessi fotografando, così come ciascuno di noi è inconfondibilmente se stesso se ci chiedono di fare un disegno, o di scrivere un piccolo racconto. La “mano” del fotografo è la prima cosa che vedo quando guardo una fotografia, insieme al suo contenuto. E a quel punto il bello o il brutto scivolano in secondo piano, perché vedo il fotografo, non più solo la fotografia. I fotografi, dovrebbero capire una cosa: che tra tante fotografie c’è sempre lo scatto meglio riuscito, c’è sempre una fotografia buona.
Quello che manca, quasi sempre, è proprio ciò che farebbe di quella persona un buon fotografo: manca il tratto distintivo e personale. Manca “la mano”.
Puoi citare qualche fotografo italiano e/o straniero dalla “mano” inconfondibile?

 Cartier-Bresson indubbiamente è tra questi, al punto che ogni fotografia di Cartier-Bresson, prima ancora di essere una fotografia di New York, o di Parigi, o dell’India, o della Cina, è sempre prima di tutto una fotografia di Cartier-Bresson.

Gregory Colbert soprattutto ma, anche Robert Doisneau, Gilbert Garcin, Hengki Koentjoro, Francesca Woodman, “Brassai”, Joel Peter Witkin, Mario Giacomelli tra gli italiani… e anche Elliott Erwitt, Raffael Minkkinen – tra i primissimi che mi vengono in mente – sono fotografi dal tratto inconfondibile, preciso, sicuro.

Cosa ne pensi della funzione interpretativa della fotografia?

Il compito del fotografo, in quanto creatore di arte, non si può limitare alla semplice riproduzione del mondo: deve interpretarlo, deve dare una sua impronta personale all’opera e deve comunicarla. Di contro, chi guarda la fotografia, il fruitore dell’immagine, destinatario della comunicazione, non deve

interpretare il lavoro del fotografo, ma deve leggerlo. La sua sensibilità potrebbe anche consentirgli di apprezzare aspetti che forse nell’autore stesso erano rimasti allo stato inconscio.

Le fotografie, di qualsiasi genere, lontanissime fra loro, hanno tutte in comune una cosa. Mettono in relazione gli esseri umani. Una foto, d’autore o senza autore, bella o brutta, professionale o banale, è uno scambio di sguardi fra umani, e arricchisce il confronto fra gli umani.

A tuo giudizio, quale rapporto pensi che si instauri tra arte e vita?

L’arte tende a riflettere la vita, a conoscerla, a superarla, a interferire con i collegamenti sottili e invisibili all’occhio umano, a ricavare spazi psicologici e le casualità della vita, una sorte di limite dell’essere (?). Un’opera d’arte ci dà un piacere estetico, ci dà vita a una catarsi, che porta con sé una conoscenza e una precognizione, mentre la vita comporta intrapresa o non, allontanamento dal processo decisionale (?). Le sensazioni, le emozioni e le esperienze, sperimentate dall’incontro con l’opera d’arte sono molto più intense delle emozioni di una vita quotidiana. L’arte è molto più ricca e variata quanto ad eventi, emozioni, esperienze, azioni, mentre la vita può tranquillamente fluire nello stesso modo per un lungo periodo di tempo. L’arte è in grado di rappresentare un evento in un modo più brillante, di illuminarlo da diversi punti di vista, di fare emergere qualcosa di surreale.

 

Dunque l’impatto di un uomo con l’opera d’arte è diverso dall’impatto con qualsiasi altro evento della sua vita?.

L’artista induce lo spettatore, l’ascoltatore e il lettore a percepire l’opera dal suo punto di vista, dirige le emozioni del fruitore che si sottomette, attivando in lui il meccanismo psichico che è indicato come “il fenomeno dell’accettazione”, che lo costringe a vedere il vero nel falso. In realtà la vita quotidiana di ogni persona conferma che un’emozione provoca sia un evento reale che immaginabile. Si scopre che le illusioni di una vita sono unità frazionaria della vita stessa, tra un immaginario e reale c’è un penetrabile confine. L’immaginato può sempre rivelarsi come reale e reale come immaginato. Ciò che sembra essere la realtà, non sempre è il vero, può essere solo l’apparenza o l’inganno, mentre l’immaginato e desiderato può rivelarsi la realtà.
Torniamo alla tua esperienza di docente. Cosa della tua personalità e della tua professionalità entra maggiormente in gioco nel rapporto insegnante-allievi?

Il ruolo di un insegnante è quello di trasmettere informazioni e conoscenze, di stimolare la sperimentazione, di garantire anche, un certo grado di autonomia agli allievi. La competenza nella propria materia e la capacità di insegnarla conferisce il rispetto. La serietà, l’adesione al valore dell’impegno verso la propria professione e verso gli studenti muove la stima. L’empatia e la reciprocità nella relazione interpersonale consentono l’immedesimazione e il paragone personale (pur nella diversità dei temperamenti, delle opinioni e delle credenze). In particolare il metodo didattico che adotto, dopo trenta anni di continuo affinamento, è cercare di aprire le menti di chi mi ascolta.  Intendo l’insegnamento come educazione (cioè far emergere dall’allievo la sua individualità, la propria unicità creativa), ovverosia  insegnare (segnare dentro) gli strumenti per accompagnarlo nella crescita artistica (si può crescere nella conoscenza di sé ad ogni età). Per me, è importante far raggiungere all’allievo una: profonda padronanza del mezzo finalizzata alla consapevole espressione creativa.

Non sembri affatto geloso del tuo sapere, non hai segreti da preservare. Non temi che ti venga sottratto qualcosa del tuo mestiere ?

Non ho mai avuto paura che gli altri mi rubino un bel niente, perché la Fotografia non è fatta di sola tecnica, o di trucchi, o di segreti del mestiere, la Fotografia è qualcosa di molto più complesso, è il risultato di tutto ciò che sei, della tua cultura, della tua sensibilità, del tuo carattere, delle tue esperienze di vita, e queste sono uniche e non “derubabili”. Quindi sinceramente non capirò mai quelli che non dicono una virgola del loro sapere a nessuno, solo perché hanno paura che gli altri diventino meglio di loro. La Fotografia è qualcosa di unico che prescinde la tecnica. Se hanno paura che basti rubare la tecnica per fare foto come le loro, allora le loro foto valgono davvero poco.

In ultima analisi, nelle vesti di insegnante-formatore, resta da dire la cosa più importante. Quando si arriva ad un punto avanzato, del percorso della propria vita, ti rendi conto che, tutto il bagaglio del sapere e dell’esperienza che hai acquisito, rischia di svanire: non te li potrai portare oltre la vita, per cui diventa importante anzi fondamentale, tramandare. Tramandare la propria conoscenza e la propria esperienza il più possibile, ad altri fotografi che sono ancora in fase di apprendimento. Solo così i propri semi potranno ancora, continuare a germogliare attraverso i futuri autori-fotografi, mettendo in garanzia, una sorte di “immortalità” consolatoria. Non c’è cosa più sublime e appagante, di quando osservi l’ultima “opera” di un tuo allievo e torni a casa, ancora con la pelle d’oca e la felicità, per l’emozione causata da quell’opera, in cui riconosci i propri insegnamenti.

TUTOR
Il gruppo dei tutor è costituito da appassionati di fotografia, molti dei quali si sono formati coi nostri corsi, motivati nel condividere con i nuovi iscritti l’esperienza maturata in questi anni portando avanti le numerose iniziative dell’associazione.

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